Nove anni dopo l'uscita del libro, gli argomenti che espongo in Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini e Associati, 2010, mi sembrano sempre più attuali.
Per i manager, il considerarsi agente di un principale, esecutore delle aspettative di uno shareholder, è un modo spesso troppo comodo di eludere le proprie responsabilità.
Nel corso di questi anni sono tornato varie volte sull'argomento.
Per esempio con l'articolo “Edward Bond e l’etica dell’immaginario”, Persone & Conoscenze, 66, febbraio 2011. E nell'articolo “Le automobili Fiat sono brutte perché Marchionne guadagna troppo. Ovvero: Estetica e globalizzazione. Luoghi, non luoghi e scelte del management”, Persone & Conoscenze, 68, aprile 2011.
Sono tornato sull'argomento più di recente, con l'articolo “Apprendere ad essere manager Con la guida di Heidegger”, Sviluppo & Organizzazione, 283, agosto-settembre 2018.
E ancora, con “Il ruolo del manager nell’impresa armonica. Dialogo tra me stesso e uno studioso cinico e pragmatico”; sta in AA.VV., Scritti seri e semiseri in onore di Claudio Baccarani, Giappichelli, 2018.
domenica 26 maggio 2019
venerdì 15 dicembre 2017
Sette tipi di manager
Giorni fa -scrivo nel dicembre 2017- mi ritrovavo con un importante manager. Ragionavamo sul suo modo di ricoprire il ruolo. A entrambi è venuta in mente la descrizione di sette tipi di manager, che si trova nel mio libro Contro il management, Guerini, 2011.
Descrizione in qualche modo ironica, ma anche appassionata. Bisogna avere il coraggio di guardarsi intorno e di esprimere opinioni. Con spirito costruttivo. Perché di buoni manager c’è oggi grande bisogno.
Ho ripreso dal libro, in sette post sul sito Bloom!, la descrizione sintetica delle figure.
– Il Manager come-si-deve.
– Il Miracolato.
– Il Complice.
– Il Cocco dell’Analista Finanziario.
– Il Lobbista che gioca in proprio.
– Il Cinico Umanista.
– Il Manager Cresciuto in Casa.
Descrizione in qualche modo ironica, ma anche appassionata. Bisogna avere il coraggio di guardarsi intorno e di esprimere opinioni. Con spirito costruttivo. Perché di buoni manager c’è oggi grande bisogno.
Ho ripreso dal libro, in sette post sul sito Bloom!, la descrizione sintetica delle figure.
– Il Manager come-si-deve.
– Il Miracolato.
– Il Complice.
– Il Cocco dell’Analista Finanziario.
– Il Lobbista che gioca in proprio.
– Il Cinico Umanista.
– Il Manager Cresciuto in Casa.
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Sette tipi di manager,
Sintesi metaforica
domenica 6 dicembre 2015
Articolo di Claudio Baccarani a proposito di 'Contro il management'
L'articolo di Claudio Baccarani scritto a commento di Contro il management, "Contro il management, per una costruzione
comune alla ricerca dell’impresa armonica", è apparso sulla rivista Sinergie, 83/10.
Claudio Baccarani, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Verona, commenta acutamente le tesi sostenute nel libro. Per arrivare infine a dire: "dato che leggendo le sue pagine mi sono rifatto un’idea, visto che ci sono la trascrivo evitando categoricamente di tirare in ballo la delicata parola scienza: il Management è l’arte della produzione di fiducia e della costruzione del futuro desiderato nel contesto del governo dell’impresa. Che bello sarebbe poterne discutere".
Trovate qui l'articolo.
Claudio Baccarani, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Verona, commenta acutamente le tesi sostenute nel libro. Per arrivare infine a dire: "dato che leggendo le sue pagine mi sono rifatto un’idea, visto che ci sono la trascrivo evitando categoricamente di tirare in ballo la delicata parola scienza: il Management è l’arte della produzione di fiducia e della costruzione del futuro desiderato nel contesto del governo dell’impresa. Che bello sarebbe poterne discutere".
Trovate qui l'articolo.
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Recensioni,
Stakeholder
sabato 17 novembre 2012
Managers among jellyfishes
Se pubblicassi il saggio in inglese, proporrei all'editore questo titolo. Del perché, ho già detto qui.
The
ongoing protests of Occupy Movement against social and economic
inequality indicate the problem, but do not provide a way out. In the
meantime Business Schools continue to churn out managers unable to
face the challenges of the present time.
Managers
who lead today's corporations and large organizations, Francesco
Varanini writes in this essay, too often are not up to the task.
The
book tells the story of how, around the beginning of the Thirties of
Last Century, in response to the financial crisis, the manager
appears on the scene, new social figure called to lead large
organizations, private or public. Its authority is based on the
ability to find a balance between the different interests involved:
investors, employees, customers, suppliers, local communities.
Not
by
chance,
management
-understood
as
an
academic
discipline-
reaches
maturity
in
the
Sixties
with
the
Stakeholder
Theory.
Stakeholders:
"Those
groups
without
whose
support
the
organization
would
cease
to
exist",
it
is
said
in
an
internal
memo
written
in
1963
by
researchers
of
the
Stanford
Research
Institute.
But
in
1965
Igor
Ansoff,
in
Corporate
Strategy,
marks
a
turning
point:
the
stakeholders
are
not
all
equal.
The
shareholder
count
more
than
others.
This
opens
the
road
to
the
unbearable
situation
of
our
days.
Too
many
managers
today,
writes
Varanini,
instead
of
being
at
the
service
of
value
creation,
are
at
the
service
of
value
extraction.
They
act
in
the
interests
of
the
financial
community,
rather
than
the
interests
of
the
company
for
which
they
work.
Described
this scenario in the first part, the book presents in the second part
a description of a possible manager adapted to the times, again
mindful of the interests of all stakeholders.
To
lead
complex
organizations
today,
writes
Varanini,
we
need
more
wisdom
than
reason.
In
describing
the
new
management
-respectful
of
sustainability,
equity-oriented
and
with
a
long-term
vison-
the
author
puts
aside
the
management
literature.
Rather
than
in
it,
he
finds
inspiration
in
the
Old
Testament
and
in
the
Buddhist
culture,
and
cites
authors
unexpected
in
this
context:
Italo
Svevo,
Philip
Dick.
A
metaphor
summarizes
the
book’s
meaning.
The
manager
is
now
forced
to
swim
in
a
sea
infested
with
jellyfishes.
It
's
pointless
to
protect
themselves
from
risk,
control
procedures
are
are
almost
always
ineffective.
What
we
need
is
to
be
ourselves,
keeping
up
with
the
pace,
light
slipping
through
the
difficulties.
venerdì 23 dicembre 2011
Futuro del Manager: Atteggiamenti e Competenze di Domani: 19 gennaio 2012 a Genova
A Genova, il 19 gennaio 2012, in un incontro organizzato dall'Aidp Gruppo Liguria, su un tema che resta di grande attualità. Nel momento in cui un gruppo di manager sta alla guida del paese.
Non so se dopo, dopo questa, farò altre presentazioni di Contro il management. Già in questa occasione parlerò, insieme, di Nuove parole del manager. 113 parole per capire l'azienda. Un libro che, in forma diversa, torna su molti dei temi del libro. Qualche esempio: la responsabilità; il concetto di azienda -in fondo contrapposto al concetto di impresa-; le idee di libertà, liberismo, proprietà, privato, lette al di là dello stereotipo e del luogo comune; le varie derive della pressione finanziaria: default, bancarotta, interesse, profitto.
Non so se dopo, dopo questa, farò altre presentazioni di Contro il management. Già in questa occasione parlerò, insieme, di Nuove parole del manager. 113 parole per capire l'azienda. Un libro che, in forma diversa, torna su molti dei temi del libro. Qualche esempio: la responsabilità; il concetto di azienda -in fondo contrapposto al concetto di impresa-; le idee di libertà, liberismo, proprietà, privato, lette al di là dello stereotipo e del luogo comune; le varie derive della pressione finanziaria: default, bancarotta, interesse, profitto.
lunedì 14 novembre 2011
Perché dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo fidarci di un tecnico bocconiano?
Comunque la si metta, Monti è un
‘tecnico’. Vorrei non dimenticassimo che ‘tecnico’ è un
altro modo per dire ‘manager’. Ricordiamo che nella nostra
lingua fino agli anni sessanta si diceva ‘tecnico’ per intendere
ciò che oggi chiamiamo ‘manager’. La domanda è: possiamo
fidarci dei manager? Riuscirà un gruppo di manager a fare ciò che
non ha saputo fare un’intera classe politica? Spero di sì, e penso
che la decisione del Presidente Napolitano sia stata una buona
decisione.
Ma in questo momento diventa
specialmente importante riflettere sul ruolo del manager.
Ho scritto questo libro, Contro il
management, per mettere in guardia di fronte alle malefatte e
alla pericolosità dei manager. Ho anche detto -e ne sono ancora
convinto- che, così come siamo pronti a dire subito dei difetti e
dell’inaffidabilità dei politici di professione, altrettanto, ed
anzi di più, dovremmo imparare a diffidare dei manager.
Eppure, diamo il benvenuto a Monti. Non
solo perché la situazione di stallo non vedeva molte altre soluzioni
ragionevoli. Non solo perché il nostro stare nel mondo richiedeva
rappresentanti in grado di non ledere la nostra immagine, e la nostra
stessa dignità. Non solo perché serviva qualcuno in grado di
‘metterci la faccia’, serviva qualcuno che potesse essere
riconosciuto come interlocutore autorevole, di fronte ai leader
politici stranieri, di fronte ai fin troppo nominati e rispettati
‘mercati’.
Diamo il benvenuto a Monti perché il
manager può essere veramente la figura che serve, qui ed ora.
Possiamo ricordare che -come mostro in
Contro il management-
questa figura di tecnico, chiamato a gestire organizzazioni
complesse, è venuta alla luce negli anni ‘30 del secolo scorso,
come risposta alla crisi di allora. Credo che si possa dire che le
risposte, allora, furono date, sotto molti aspetti, in modo più
fermo e preciso di quanto sia stato fatto ai nostri giorni, di fronte
a una crisi che non è meno grave.
L’ora dei tecnici
Il manager emerse allora come figura
‘laica’, indipendente da ogni portatore di interessi. Di fronte
all’eccessivo prevalere di un interesse su un altro, serve un
tecnico che gestisca il potere contemperando i diversi interessi. Una
figura sociale in grado di trovare, e di imporre a tutti, un
ragionevole punto di incontro tra i diversi interessi. Pensiamo al
prevalere dell’interesse della speculazione finanziaria rispetto
all’interesse dei ceti produttivi; pensiamo ai divergenti interessi
di giovani alla ricerca di lavoro e di anziani attenti alla pensione;
pensiamo al conflitto tra chi paga le tasse e chi non le paga;
pensiamo all’opposizione tra orientamenti centralistici e la
tendenza ad incrementare le autonomie locali; pensiamo all’allargarsi
del divario tra ricchi e poveri; alla perdurante distanza tra Nord e
Sud.
Certo, il senso del limite, della
misura, del bene comune, dell’interesse collettivo, dovrebbe far
parte del bagaglio di ognuno. Certo, dovremmo, e potremmo essere
capaci, discutendo in pubblico -questa è in fondo la democrazia:
discussione in pubblico- dovremmo essere capaci di trovare un punto
di incontro, di equilibrio, un’area di convergenza. Ma intanto,
prima che la casa comune sia irreparabilmente danneggiata, bisogna
fare qualcosa. Ecco che si rende necessario ricorrere al manager. La
storia non si ripete, ma ricordiamo che negli anni ‘30 dove
fallirono i manager vinsero le dittature.
Di una simile figura, oggi abbiamo
bisogno. Il lavoro del manager si riassume in questo: scontentare
ogni interesse di parte in funzione dell’interesse collettivo.
Precisamente ciò che non riescono a fare -ed anzi, in fondo non
possono fare- i partiti politici. I partiti, per quanto allarghino la
propria base sociale, nascono appunto per rappresentare alcuni
interessi, e non altri.
Questo ragionamento porta a riflettere
sul complessivo senso della politica e della democrazia. Ma non
allarghiamoci. Badiamo a fare qualcosa che serva adesso, senza
perdere tempo. Ricordiamo che per il manager, in fondo, vale il
detto: ‘non importa di che colore è il gatto, basta che prenda i
topi’.
Il ‘topi da prendere’ possono
essere riassunti in tre parole: crescita, responsabilità,
equità.
Crescita, responsabilità, equità
Però la prima parola, crescita,
a guardar bene non ci serve a nulla, ed è fin pericolosa. Tramontata
l’illusione che voleva la ricchezza di pochi fonte di vantaggio per
tutti, risulta necessario precisare di che crescita si tratta. E’
crescita anche la crescita della diseguaglianza e dell’ingiustizia.
Dovremmo quindi dire: crescita come, crescita per chi, crescita
quando, crescita dove.
Perciò, di tutto ciò che va dicendo
Monti, restano due parole: responsabilità ed equità.
Guardiamo dunque alla responsabilità.
La parola è stata ultimamente abusata e sbeffeggiata, la si è
costretta a dire il contrario di ciò che essa vuol dire.
Responsabile è colui che rinuncia all’interesse di parte in
funzione dell’interesse collettivo, colui che manifesta
solidarietà, colui che non svende il futuro in cambio del presente,
colui che non antepone il proprio personale vantaggio al bene comune.
Quindi agiscono in modo non
responsabile i politici che sostengono governi privi di progettualità
e asserviti alla difesa di interessi di parte. E altrettanto,
agiscono in modo non responsabile quei manager che asservono le
imprese al prevalere di un interesse su tutti gli altri: caso tipico,
di questi tempi, i manager che si sentono al servizio dell’azionista
o magari dello speculatore di borsa, ma non altrettanto al servizio
dei lavoratori dell’impresa da loro diretta, dei clienti, dei
fornitori, di coloro che vivranno in futuro dell’impresa, se questa
non sarà schiacciata da interessi di breve periodo.
E ancora, non sono responsabili coloro
-e sono molti- sostengono che l’Italia non deve pagare il proprio
debito. Dicono: se dall'altra parte c’è un ladro, non c’è
debito nei suoi confronti. Dicono ancora: quel debito non l’abbiamo
contratto noi, quindi noi non paghiamo. Ma esportare la colpa,
dipingendo l’altro come la fonte del male, è un tipico meccanismo
di fuga. Dovremmo invece pensare -senza per questo dimenticare le
colpe più gravi e le ingiustizie che abbiamo sotto gli occhi-
dovremmo pensare che sì, ognuno di noi è stato causa di quanto è
accaduto. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità,
abbiamo goduto di situazioni di comodo. A tutti compete contribuire
a trovare una praticabile via d’uscita. I nostri creditori non sono
solo avidi speculatori, ma sono anche persone come noi che hanno
prestato denaro al nostro paese. Se i padri compiono errori, sta ai
figli ripararli – nel proprio interesse. L’indignazione ha senso
se si risolve in azione. Non si vive di sola opposizione. Non si vive
senza una classe dirigente. Infatti, alla fine si ricorre ai manager.
L’altra parola, che speriamo Monti
non dimentichi strada facendo, è equità. Appunto,
scontentare tutti negli interesse di tutti. Cercare un punto di
incontro, un’area di convergenza in nome di tutti gli interessi in
gioco. Anche degli interessi di chi non ha voce.
Per questo serve, più della competenza
tecnica, un atteggiamento etico. Più che razionalità, serve
saggezza.
I bocconiani
Questo è il punto chiave: perché
dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo
fidarci di un tecnico bocconiano?
In Contro il management ho
argomentato, spero in modo abbastanza convincente, contro i tecnici
bocconiani. Mi esprimo in termini generali e faccio appello alla
saggezza. Quindi non vale la difesa del tipo ‘io sono diverso’.
Riflettano i bocconiani su uno scivolamento che ha caratterizzato la
loro scuola: si sono allontanati dalla lezione di Gino Zappa, che
incarnava una tradizione italiana, legata al nostro modo di fare
impresa, legata all’idea di azienda come luogo di incontro e di
temperamento dei diversi interessi in gioco. Hanno trascurato questa
tradizione per divenire gli ambasciatori nel nostro paese del
management di marca statunitense. Che nascondeva in sé l’inganno e
il non detto: esistono diversi interessi in gioco, ma un interesse
vale più degli altri. Il profitto prevale sulla remunerazione del
lavoro. La Bocconi e la Sda si sono fatti vanto di inserire l’Italia
nel quadro del capitalismo anglosassone. Il neoliberismo, ed il
governo dell’impresa che si inserisce in questo quadro, sono state
il vanto dell’università e della business school. Ma queste regole
e questo governo hanno contribuito alla nostra rovina tanto quanto, o
forse più, dell'insipienza della nostra classe politica. Per questa
via, alla fin fine, l’interesse della finanza speculativa ha finito
per prevalere in modo smaccato su ogni altro interesse.
Cosa possiamo aspettarci
Dobbiamo dunque sperare che Monti
riesca a prescindere da questa tradizione, da questa scuola.
L’orgoglio dell’essere italiani, il recupero della nostra
reputazione e della nostra stessa dignità non stanno nell’essere
uguali agli altri. In nostro futuro non può emergere da scuole ed
università i cui insegnamenti finiscono per legittimare e favorire
il prevalere dell’interesse finanziario. Essere ben piazzati in
certe classifiche che mettono in fila università e business school
di ogni dove, dovrebbe essere inteso più come difetto che come
pregio. Quei manager fatti con lo stampino che escono dalla Bocconi e
dalla Sda con il massimo dei voti e con le migliori opportunità di
impiego, non sono certo i manager che possono portarci fuori dalla
crisi.
Dunque: Monti non è solo il male
minore. Abbiamo buoni motivi per fidarci di lui. Ne sono prova il
lavoro svolto in Europa, la sua lucidità, la sua esperienza, la sua
saggezza.
Da lui ci aspettiamo molto. Ci
aspettiamo che mantenga la promessa contenuta nella terza delle
parole sopra ricordate: l’equità. L’equità non si fonda
su assiomi o su scelte di campo, non sta in nessun programma.
L’equità sta nel fare per noi ciò che non abbiamo saputo fino ad
ora fare: guardare al bene comune, oltre ogni privato e personale e
immediato interesse. L’equità sta in un progetto perseguito
giorno dopo giorno, passo dopo passo, nel pubblico confronto e nel
rispetto dell’altro. Questo è il ruolo del manager, questo ci
aspettiamo da Monti.
Perciò dobbiamo sperare che Monti si
mantenga lontano da ogni appartenenza e dalla sua stessa scuola e dal
suo stesso passato. Speriamo si dimostri saggio, indipendente, fermo
e dialogante. Speriamo sia il meno possibile bocconiano.
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Business Ethics,
Management vs. politica
domenica 15 maggio 2011
A Valdagno
Venerdì 6 maggio ero a Valdagno. Gli incontri organizzati dal Network Guanxinet, di Martini e Drappelli, sono sempre caldi e stimolanti.
Il manager che non c'è. Un'intervista di Scuola Coop
Alcuni mesi fa sono stato intervistato dagli amici di Scuola Coop sui temi di Contro il management.
Non dico niente di nuovo, ma forse nel dialogo certe cose vengono alla luce più chiaramente.
È molto facile abituarsi a questo modello -che prevede che chi è uscito da un Master sia la persona adeguata a dirigere le imprese, che prevede che chi ha fatto scuola presso certe società di consulenza è adeguato a dirigere le imprese e anche le banche di tutto il mondo. Ma cosa si impara in queste scuole? In realtà si impara soprattutto l’appartenenza ad una lobby e si impara ad accettare come inevitabile il governo della finanza, questa sorta di ente superiore che detta i vincoli e le regole e gli spazi di azione a chiunque.
Non dico niente di nuovo, ma forse nel dialogo certe cose vengono alla luce più chiaramente.
È molto facile abituarsi a questo modello -che prevede che chi è uscito da un Master sia la persona adeguata a dirigere le imprese, che prevede che chi ha fatto scuola presso certe società di consulenza è adeguato a dirigere le imprese e anche le banche di tutto il mondo. Ma cosa si impara in queste scuole? In realtà si impara soprattutto l’appartenenza ad una lobby e si impara ad accettare come inevitabile il governo della finanza, questa sorta di ente superiore che detta i vincoli e le regole e gli spazi di azione a chiunque.
Trovate qui l'intervista.
sabato 12 febbraio 2011
Il manager tra le meduse e le reti della complessità
Un capitolo di Contro il management è intitolato: 'Tre passi nella complessità'. Qui, nel corso di seminario, racconto qualcosa di questi tre passi: una metafora calcistica; l'acuta riflessione di Albert Hirschman a proposito della 'mano che nasconde' (di questo in realtà nel video dico ben poco); e poi la narrazione autobiografica a proposito del nuotare tra le meduse (di cui scrivo anche qui).
Il contesto di questa conversazione merita qualche parola. Nella primavera del 2010 si sono svolti incontri preparatori per il decollo dell'associazione 'Reti della complessità'. Hanno partecipato a quegli incontri, con me, Gianluca Bocchi, Walter Ginevri (si vedono seduti al mio fianco), Alberto De Toni, Luigi Cepparrone, Carlo Maurizio Modonesi. L'associzione è stata formalmente costituita nel dicembre 2010, soci fondatori Gianluca Bocchi, Alberto De Toni, Walter Ginevri, Francesco Varanini.
Il contesto di questa conversazione merita qualche parola. Nella primavera del 2010 si sono svolti incontri preparatori per il decollo dell'associazione 'Reti della complessità'. Hanno partecipato a quegli incontri, con me, Gianluca Bocchi, Walter Ginevri (si vedono seduti al mio fianco), Alberto De Toni, Luigi Cepparrone, Carlo Maurizio Modonesi. L'associzione è stata formalmente costituita nel dicembre 2010, soci fondatori Gianluca Bocchi, Alberto De Toni, Walter Ginevri, Francesco Varanini.
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Sintesi orale
domenica 30 gennaio 2011
Incontro presso Alma Graduate School
"Io mi chiedo perche dovremmo lasciare che le aziende siano distrutte da quelli che devono dirigerle" e ancora: "ho sempre pensato che il manager non fosse altro che un lavoratore come gli altri".
Iniziamo l'anno Terzo di FdR così. Provocatori come sempre. Il nuovo anno di FdR, ci vedrà ancora più impegnati a fianco delle Persone, all'interno delle Aziende, per capire sempre meglio e confrontarci sui temi manageriali.
In compagnia di Francesco Varanini, autore delle frasi di cui sopra, ma soprattutto del libro "Contro il Management", ci confronteremo fuori dagli schemi, in maniera chiara e diretta, condividendo le nostre esperienze personali, la nostra visione e come ci piacerebbe che fossero i nostri manager, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti di cronaca economica.
Varanini è il fondatore e direttore di Persone & Conoscenze, con un passato di responsabile nell'area del Personale, dell´Organizzazione, dei Sistemi Informativi, dell'innovazione di mercato e di prodotto, ex direttore generale e amministratore delegato in case editrici di periodici (Cuore Corporation, Internazionale), docente a contratto di Tecnologie dell’informazione e produzione di letteratura.
A moderare l'incontro, Alfredo Montanari, Direttore Generale di Alma Graduate School, la Business School di Bologna recentemente apparsa nella classifica del Sole24Ore ai primi posti fra le Business School Italiane, e quest'anno partner di FiordiRisorse.
Così Osvaldo Danzi, anima del network Fior di Risorse, ha presentato l'incontro che si è svolto il 20 gennaio 2011 a Bologna, presso Alma Graduate School, con la partecipazione di un pubblico numeroso.
Anche in questa occasione la metafora del 'manager tra le meduse' è risultata particolarmente utile ed efficace.
Iniziamo l'anno Terzo di FdR così. Provocatori come sempre. Il nuovo anno di FdR, ci vedrà ancora più impegnati a fianco delle Persone, all'interno delle Aziende, per capire sempre meglio e confrontarci sui temi manageriali.
In compagnia di Francesco Varanini, autore delle frasi di cui sopra, ma soprattutto del libro "Contro il Management", ci confronteremo fuori dagli schemi, in maniera chiara e diretta, condividendo le nostre esperienze personali, la nostra visione e come ci piacerebbe che fossero i nostri manager, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti di cronaca economica.
Varanini è il fondatore e direttore di Persone & Conoscenze, con un passato di responsabile nell'area del Personale, dell´Organizzazione, dei Sistemi Informativi, dell'innovazione di mercato e di prodotto, ex direttore generale e amministratore delegato in case editrici di periodici (Cuore Corporation, Internazionale), docente a contratto di Tecnologie dell’informazione e produzione di letteratura.
A moderare l'incontro, Alfredo Montanari, Direttore Generale di Alma Graduate School, la Business School di Bologna recentemente apparsa nella classifica del Sole24Ore ai primi posti fra le Business School Italiane, e quest'anno partner di FiordiRisorse.
Così Osvaldo Danzi, anima del network Fior di Risorse, ha presentato l'incontro che si è svolto il 20 gennaio 2011 a Bologna, presso Alma Graduate School, con la partecipazione di un pubblico numeroso.
Anche in questa occasione la metafora del 'manager tra le meduse' è risultata particolarmente utile ed efficace.
martedì 18 gennaio 2011
mercoledì 29 dicembre 2010
La finanza narrata. Romanzi classici e romanzi possibili
Ho ritrovato uno scritto del 1999.
Lì citavo Balzac e la sua Parigi e il suo tempo. In particolar modo, credo, avevo in mente Illusions perdues (1843).
Scrivevo:
La società è una palestra di interessi economici: tutti vi siamo implicati, si vale solo se si riesce ad imporsi. "Il successo è divenuto il principio supremo di un'epoca atea", il sigillo dei tempi nuovi, sia in industria che in economia arte e spirito. Si assiste al "dilagare della finanza". Non è più possibile distinguere un commerciante da un pari di Francia; il nuovo titolo di nobiltà nella della società moderna è l'essere "il più tassato di tutto il circondario". Politica amore e arte sono diretti dal denaro. La produzione in serie distrugge il valore artistico e artigianale del lavoro: "nous avons des produits, nous n'avons plus d'oeuvres". Non conta più "l'energia isolata, ricca di creazioni originali", conta invece "l'energia uniforme, ma livellatrice, che parifica i prodotti, li produce in massa, obbedendo a una idea unitaria".
In Contro il Management cito Zola, L’Argent (1891). Sono passati cinquant'anni, lo scenario si è evoluto, ma gli elementi di fondo del quadro non è cambiato. La pressione della finanza è sempre più evidente. La Borsa -già intesa nel 1808 da Napoleone, quando pose la prima pietra del palazzo che doveva ospitarla, come "le thermomètre de la confiance publique"- è l'ombelico del mondo fondato sulla finanza.
Si completa il disegno già descritto da Balzac, un disegno sociale economico, ma anche di pianificazione urbanistica e territoriale. Le fabbriche stanno in periferia, in provincia. Il centro della metropoli, invece, si identifica con la finanza, ed il suo luogo simbolico: la Borsa. Ecco la Parigi di Napoleone III nel 1867, alla vigilia dell'Exposition Universelle, freneticamente attiva, assordata dal rumore dei cantieri aperti dal prefetto Haussmann, che sventra la città e la rimodella come moderno salotto di boulevard e gallerie commerciali. E al centro, qui, come in quegli stessi anni a Londra e a New York, la Borsa.
La speculazione finanziaria si sostituisce al lavoro. Rappresenta in forma semplificata ed estrema “l'eterno desiderio che spinge a lottare e a vivere”. “Un grande sogno, da un soldo ricavarne cento”. Zola, nel romanzo L'Argent, ci descrive meglio di qualsiasi economista, di qualsiasi storico o sociologo il significato sociale di questo luogo: frastuono spaventoso, continuo gesticolare degli agenti, “danzante mimica dei corpi, quasi pronti a divorarsi reciprocamente”, trionfi, crolli, speranze, duri dati di realtà. Aristide Saccard, protagonista romanzo “è veramente il poeta del milione”. “I suoi figli, le sue donne, insomma tutto ciò che lo circonda, viene per lui dopo il denaro”. “Non era forse, il denaro, e soltanto il denaro, la forza che può spianare una montagna, colmare un braccio di mare, rendere la terra finalmente abitabile per gli uomini, liberati dal giogo del lavoro che abbruttisce, facendoli diventare conduttori di macchine?”.
Come sostengo in altri miei libri, e anche in Contro il management, nessun sociologo, nessuno storico, nessuno studioso di discipline economiche e aziendalistiche sa descrivere il mondo della fianza e dell'impresa come sanno fare i romanzieri. Quindi, anche se non mi viene in mente al momento nessun romanzo contemporaneo comparabile con Le illusioni perdute e Denaro, credo che né Balzac ne Zola siano eccezioni. Quello che è certo è che il materiale romanzesco non manca.
Bastano due esempi. Il primo: una notizia apparsa di recente sulla stampa parla del nuovo investimento della Deutsche Bank. Cito da Repubblica del 17 dicembre 2010: la Deutsche Bank, la più forte, moderna e globale banca d' affari tedesca, ha appena aperto un gigantesco casinò di superlusso, con annesso hotel, a Las Vegas. The Cosmopolitan, si chiama la nuova super-casa da gioco voluta dai signori della finanza di Francoforte.
Hanno investito 4 miliardi di dollari per realizzare l' enorme grattacielo, un nuovo simbolo della metropoli del gioco d' azzardo. Ben 83 tavoli da gioco, 1474 slot machines di ogni genere,e tremila tra cameree suites. Deutsche Bank si mostra come sempre sicura di aver fatto centro: alla fine, tra i tanti giocatori d' azzardo che saranno suoi ospiti, qualcuno vincerà alla roulette, al poker o alle slot machines, ma alla fine i grandi profitti li realizzerà il colosso finanziario. La certezza di non aver sbagliato è tanta che gli spot pubblicitari per l' apertura mostrano signore mature che ballano con bei giovanotti tastando loro il posteriore, o commensali attorno a specie di triclini. "Just the right amount of wrong", solo la dose giusta di errore e trasgressione, è lo slogan.
I maligni hanno gioco facile a paragonare il comportamento delle banche nella crisi internazionale con il gioco d' azzardo: hanno guadagnato scommettendo su crolli azionari o successi di film, hanno lanciato molti prodotti di cui solo pochi garantivano soldi. Come appunto in un casinò. Ma Las Vegas ha conosciuto anche bancarotte: nel 2007 fallì la investment bank Bear Stearns, e trascinò nel crollo la Fontainebleau, che gestiva una delle maggiori case. Carl Icahn la rilevò dai curatori fallimentari per "appena" 150 milioni di dollari. In tanti modi, dopo il faites votre jeu può arrivare il rien ne va plus.
Il secondo esempio è dell'autunno 2009. Un titolo sul Sole 24 ore recita: “Da ingegnere della finanza a mago del poker online”. La crisi della finanza, di un certo modo di fare finanza, è coincisa con il boom del poker. E' possibile, credo, cogliere connessioni tra i due trend. Potremmo dire che non c'è soluzione di continuità tra il trading on line e il giocare a poker. In entrambi i casi, si scommette il denaro sulla capacità di intercettare situazioni emergenti. Una discontinuità sta semmai nel fatto che chi fa trading on line può mettere in gioco denaro proprio, ma anche denaro altrui che gli è stato affidato in gestione. Mentre se gioco a poker, metto in gioco denaro vero o virtuale, ma sempre denaro di mia proprietà.
Non c'è da meravigliarsi che persone espulse per un verso dal mercato del lavoro, rientrino in scena su un mercato parallelo che premia le stesse attitudini e le stesse abilità: gestione del rischio rapidità di decisione, lettura dei segnali deboli, consuetudine con l'intangibile. Ma si può anche allargare il discorso. Si può ragionevolmente dire, senza che l'analogia appaia forzata, che un certo deleterio modo di intendere e di imporre al mondo la finanza che oggi domina il mondo è giocare a poker. Giocare a poker con il denaro altrui. Il denaro affidato alle istituzioni finanziarie, è presto spogliato di informazioni relative alla fonte, è presto spogliato dagli indirizzi che colui che mi ha affidato il suo denaro aveva in mente. Lo spazio aperto alle intenzioni di coloro che forniscono il denaro è ben delimitato. L'asimmetria di potere e di informazioni permette alla finanza di fare ciò che vuole.
L'analogia con il poker, mi pare, mette in luce l'essenza della finanza degenerata che abbiamo sotto gli occhi. Così come il poker, la finanza si fonda sul bluff. To brag, boast, to baffle, mislead. Vantarsi, millantare, confondere, trarre in inganno. A qualsiasi valore costruito lavorando, si sostituisce il valore apparente millantato al tavolo da gioco. Il più abile, il vincitore, è chi è più capace a vendere fumo e ad ingannare. Difficile concepire qualcosa di più riprovevole da un punto di vista etico.
Lì citavo Balzac e la sua Parigi e il suo tempo. In particolar modo, credo, avevo in mente Illusions perdues (1843).
Scrivevo:
La società è una palestra di interessi economici: tutti vi siamo implicati, si vale solo se si riesce ad imporsi. "Il successo è divenuto il principio supremo di un'epoca atea", il sigillo dei tempi nuovi, sia in industria che in economia arte e spirito. Si assiste al "dilagare della finanza". Non è più possibile distinguere un commerciante da un pari di Francia; il nuovo titolo di nobiltà nella della società moderna è l'essere "il più tassato di tutto il circondario". Politica amore e arte sono diretti dal denaro. La produzione in serie distrugge il valore artistico e artigianale del lavoro: "nous avons des produits, nous n'avons plus d'oeuvres". Non conta più "l'energia isolata, ricca di creazioni originali", conta invece "l'energia uniforme, ma livellatrice, che parifica i prodotti, li produce in massa, obbedendo a una idea unitaria".
In Contro il Management cito Zola, L’Argent (1891). Sono passati cinquant'anni, lo scenario si è evoluto, ma gli elementi di fondo del quadro non è cambiato. La pressione della finanza è sempre più evidente. La Borsa -già intesa nel 1808 da Napoleone, quando pose la prima pietra del palazzo che doveva ospitarla, come "le thermomètre de la confiance publique"- è l'ombelico del mondo fondato sulla finanza.
Si completa il disegno già descritto da Balzac, un disegno sociale economico, ma anche di pianificazione urbanistica e territoriale. Le fabbriche stanno in periferia, in provincia. Il centro della metropoli, invece, si identifica con la finanza, ed il suo luogo simbolico: la Borsa. Ecco la Parigi di Napoleone III nel 1867, alla vigilia dell'Exposition Universelle, freneticamente attiva, assordata dal rumore dei cantieri aperti dal prefetto Haussmann, che sventra la città e la rimodella come moderno salotto di boulevard e gallerie commerciali. E al centro, qui, come in quegli stessi anni a Londra e a New York, la Borsa.
La speculazione finanziaria si sostituisce al lavoro. Rappresenta in forma semplificata ed estrema “l'eterno desiderio che spinge a lottare e a vivere”. “Un grande sogno, da un soldo ricavarne cento”. Zola, nel romanzo L'Argent, ci descrive meglio di qualsiasi economista, di qualsiasi storico o sociologo il significato sociale di questo luogo: frastuono spaventoso, continuo gesticolare degli agenti, “danzante mimica dei corpi, quasi pronti a divorarsi reciprocamente”, trionfi, crolli, speranze, duri dati di realtà. Aristide Saccard, protagonista romanzo “è veramente il poeta del milione”. “I suoi figli, le sue donne, insomma tutto ciò che lo circonda, viene per lui dopo il denaro”. “Non era forse, il denaro, e soltanto il denaro, la forza che può spianare una montagna, colmare un braccio di mare, rendere la terra finalmente abitabile per gli uomini, liberati dal giogo del lavoro che abbruttisce, facendoli diventare conduttori di macchine?”.
Come sostengo in altri miei libri, e anche in Contro il management, nessun sociologo, nessuno storico, nessuno studioso di discipline economiche e aziendalistiche sa descrivere il mondo della fianza e dell'impresa come sanno fare i romanzieri. Quindi, anche se non mi viene in mente al momento nessun romanzo contemporaneo comparabile con Le illusioni perdute e Denaro, credo che né Balzac ne Zola siano eccezioni. Quello che è certo è che il materiale romanzesco non manca.
Bastano due esempi. Il primo: una notizia apparsa di recente sulla stampa parla del nuovo investimento della Deutsche Bank. Cito da Repubblica del 17 dicembre 2010: la Deutsche Bank, la più forte, moderna e globale banca d' affari tedesca, ha appena aperto un gigantesco casinò di superlusso, con annesso hotel, a Las Vegas. The Cosmopolitan, si chiama la nuova super-casa da gioco voluta dai signori della finanza di Francoforte.
Hanno investito 4 miliardi di dollari per realizzare l' enorme grattacielo, un nuovo simbolo della metropoli del gioco d' azzardo. Ben 83 tavoli da gioco, 1474 slot machines di ogni genere,e tremila tra cameree suites. Deutsche Bank si mostra come sempre sicura di aver fatto centro: alla fine, tra i tanti giocatori d' azzardo che saranno suoi ospiti, qualcuno vincerà alla roulette, al poker o alle slot machines, ma alla fine i grandi profitti li realizzerà il colosso finanziario. La certezza di non aver sbagliato è tanta che gli spot pubblicitari per l' apertura mostrano signore mature che ballano con bei giovanotti tastando loro il posteriore, o commensali attorno a specie di triclini. "Just the right amount of wrong", solo la dose giusta di errore e trasgressione, è lo slogan.
I maligni hanno gioco facile a paragonare il comportamento delle banche nella crisi internazionale con il gioco d' azzardo: hanno guadagnato scommettendo su crolli azionari o successi di film, hanno lanciato molti prodotti di cui solo pochi garantivano soldi. Come appunto in un casinò. Ma Las Vegas ha conosciuto anche bancarotte: nel 2007 fallì la investment bank Bear Stearns, e trascinò nel crollo la Fontainebleau, che gestiva una delle maggiori case. Carl Icahn la rilevò dai curatori fallimentari per "appena" 150 milioni di dollari. In tanti modi, dopo il faites votre jeu può arrivare il rien ne va plus.
Il secondo esempio è dell'autunno 2009. Un titolo sul Sole 24 ore recita: “Da ingegnere della finanza a mago del poker online”. La crisi della finanza, di un certo modo di fare finanza, è coincisa con il boom del poker. E' possibile, credo, cogliere connessioni tra i due trend. Potremmo dire che non c'è soluzione di continuità tra il trading on line e il giocare a poker. In entrambi i casi, si scommette il denaro sulla capacità di intercettare situazioni emergenti. Una discontinuità sta semmai nel fatto che chi fa trading on line può mettere in gioco denaro proprio, ma anche denaro altrui che gli è stato affidato in gestione. Mentre se gioco a poker, metto in gioco denaro vero o virtuale, ma sempre denaro di mia proprietà.
Non c'è da meravigliarsi che persone espulse per un verso dal mercato del lavoro, rientrino in scena su un mercato parallelo che premia le stesse attitudini e le stesse abilità: gestione del rischio rapidità di decisione, lettura dei segnali deboli, consuetudine con l'intangibile. Ma si può anche allargare il discorso. Si può ragionevolmente dire, senza che l'analogia appaia forzata, che un certo deleterio modo di intendere e di imporre al mondo la finanza che oggi domina il mondo è giocare a poker. Giocare a poker con il denaro altrui. Il denaro affidato alle istituzioni finanziarie, è presto spogliato di informazioni relative alla fonte, è presto spogliato dagli indirizzi che colui che mi ha affidato il suo denaro aveva in mente. Lo spazio aperto alle intenzioni di coloro che forniscono il denaro è ben delimitato. L'asimmetria di potere e di informazioni permette alla finanza di fare ciò che vuole.
L'analogia con il poker, mi pare, mette in luce l'essenza della finanza degenerata che abbiamo sotto gli occhi. Così come il poker, la finanza si fonda sul bluff. To brag, boast, to baffle, mislead. Vantarsi, millantare, confondere, trarre in inganno. A qualsiasi valore costruito lavorando, si sostituisce il valore apparente millantato al tavolo da gioco. Il più abile, il vincitore, è chi è più capace a vendere fumo e ad ingannare. Difficile concepire qualcosa di più riprovevole da un punto di vista etico.
mercoledì 15 dicembre 2010
Quello che i manager non dicono
Un manager mi scrive: “Francesco, Contro il Management è una lettura interessante ed appassionante. Ti ringrazio per gli spunti che dai e per la profondità di pensiero che porti”.
Altri manager che conosco altrettanto bene, e che ugualmente stimo, accettano di partecipare a pubblici incontri sui temi che tratto nel libro: l’incombenza della finanza, la caduta dei valori, la rinuncia a ‘dirigere’, la prevalenza degli interessi personali, il sostanziale disinteresse per il lavoro, per la produzione. Capita che si scambi qualche riflessione prima o dopo le parole dette in pubblico. In questi momenti, tutti parlano del pessimo clima circostante, del malessere, dell’ingiustizia diffusa, di tutto ciò che si è costretti a vedere, a subire.
Ma poi, in pubblico, anche quando il pubblico è una stretta platea di persone come noi, scatta l’autocensura, e vedo che tutto sfuma nell’eufemismo, nell’attenuazione, nella cautela. E allora sento dire che sì, forse i casi di cui parlo accadono in qualche situazione estrema, ma non sono certo diffusi, e comunque non certo nell’azienda dove io lavoro. Sento dire che forse questo accadeva anni fa, ma non ora. Sento dire che nelle medie e piccole imprese un certo tipo di manager che dipingo non c’è proprio. Sento dire che semmai questa immagine del manager fosse vera, riguarderebbe pochissimi Chief Executive di grandi aziende quotate in borsa. Sento dire che certi eccessi, che forse ci sono stati, non possono più presentarsi, perché la Rete obbliga alla trasparenza.
Veder usare Wikileaks come vincolo tale da indurre i manager a comportamenti meno lontani dall’etica, dà la misura del paradosso. I manager, come i politici, combattono la trasparenza informativa come la peste. Salvo poi appellarsi alla trasparenza informativa quando questa serve a negare l’evidenza.
Capisco questi amici. Non possono sbilanciarsi in pubblico. O almeno credono di non poterlo fare. A tratti, ascoltandoli, mi sorgono dubbi. Ho esagerato? Sono stato miope o fazioso? Non credo. Penso di aver scritto a nome loro, dicendo niente di più di quello che questi stessi amici manager in privato dicono.
A consolazione degli amici manager, posso dire dei professori. Un noto accademico, docente di strategia e direttore di master, è intervenuto a una tavola rotonda cui partecipavo anch’io. In pubblico non si è discostato da una difesa d’ufficio del consolidato modello formativo dei master in Business Administration. Master che sono il luogo dove si riproduce il vano sapere manageriale.Difesa che mi è parsa stanca e poco convinta. E’ naturalmente rimasta senza risposta la domanda chiave: come può andar bene un ‘modello unico’ di management. Come può andar bene in genere, di fronte alle differenze culturali; e come può andar bene nello specifico, di fronte ai bisogni del sistema socio-economico dell’Italia di oggi, fatto soprattutto di medie e piccole imprese.
Ma non è questo che mi ha inquietato. Mi ha inquietato quello che ho sentito dire al professore in privato, lontano dal tavolo dei relatori. Lui stesso, che è professore di strategia, non sa darsi risposte. Non sa in che direzione guardare. Non sa che strada prendere, e che strada indicare a chi, confidente nel suo ruolo, gli chiede lumi.
Capisco che il momento è difficile. Ma se siamo classe dirigente, qualche responsabilità dobbiamo pur prendercela. Cominciare guardandoci in faccia, e riconoscendo quello che non va, dicendolo in pubblico e scrivendolo, mi pare, in mancanza di meglio, un buon punto di partenza.
Altri manager che conosco altrettanto bene, e che ugualmente stimo, accettano di partecipare a pubblici incontri sui temi che tratto nel libro: l’incombenza della finanza, la caduta dei valori, la rinuncia a ‘dirigere’, la prevalenza degli interessi personali, il sostanziale disinteresse per il lavoro, per la produzione. Capita che si scambi qualche riflessione prima o dopo le parole dette in pubblico. In questi momenti, tutti parlano del pessimo clima circostante, del malessere, dell’ingiustizia diffusa, di tutto ciò che si è costretti a vedere, a subire.
Ma poi, in pubblico, anche quando il pubblico è una stretta platea di persone come noi, scatta l’autocensura, e vedo che tutto sfuma nell’eufemismo, nell’attenuazione, nella cautela. E allora sento dire che sì, forse i casi di cui parlo accadono in qualche situazione estrema, ma non sono certo diffusi, e comunque non certo nell’azienda dove io lavoro. Sento dire che forse questo accadeva anni fa, ma non ora. Sento dire che nelle medie e piccole imprese un certo tipo di manager che dipingo non c’è proprio. Sento dire che semmai questa immagine del manager fosse vera, riguarderebbe pochissimi Chief Executive di grandi aziende quotate in borsa. Sento dire che certi eccessi, che forse ci sono stati, non possono più presentarsi, perché la Rete obbliga alla trasparenza.
Veder usare Wikileaks come vincolo tale da indurre i manager a comportamenti meno lontani dall’etica, dà la misura del paradosso. I manager, come i politici, combattono la trasparenza informativa come la peste. Salvo poi appellarsi alla trasparenza informativa quando questa serve a negare l’evidenza.
Capisco questi amici. Non possono sbilanciarsi in pubblico. O almeno credono di non poterlo fare. A tratti, ascoltandoli, mi sorgono dubbi. Ho esagerato? Sono stato miope o fazioso? Non credo. Penso di aver scritto a nome loro, dicendo niente di più di quello che questi stessi amici manager in privato dicono.
A consolazione degli amici manager, posso dire dei professori. Un noto accademico, docente di strategia e direttore di master, è intervenuto a una tavola rotonda cui partecipavo anch’io. In pubblico non si è discostato da una difesa d’ufficio del consolidato modello formativo dei master in Business Administration. Master che sono il luogo dove si riproduce il vano sapere manageriale.Difesa che mi è parsa stanca e poco convinta. E’ naturalmente rimasta senza risposta la domanda chiave: come può andar bene un ‘modello unico’ di management. Come può andar bene in genere, di fronte alle differenze culturali; e come può andar bene nello specifico, di fronte ai bisogni del sistema socio-economico dell’Italia di oggi, fatto soprattutto di medie e piccole imprese.
Ma non è questo che mi ha inquietato. Mi ha inquietato quello che ho sentito dire al professore in privato, lontano dal tavolo dei relatori. Lui stesso, che è professore di strategia, non sa darsi risposte. Non sa in che direzione guardare. Non sa che strada prendere, e che strada indicare a chi, confidente nel suo ruolo, gli chiede lumi.
Capisco che il momento è difficile. Ma se siamo classe dirigente, qualche responsabilità dobbiamo pur prendercela. Cominciare guardandoci in faccia, e riconoscendo quello che non va, dicendolo in pubblico e scrivendolo, mi pare, in mancanza di meglio, un buon punto di partenza.
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mercoledì 8 dicembre 2010
Contro il management: scheda di sintesi e Introduzione
Una recensione del libro è apparsa lunedì 6 dicembre 2010 sul quotidiano on-line 'Affari Italiani', nella rubrica 'Rigoletto', a firma di Angelo de' Cherubini. Potete leggere qui.
Nessuna parola inutile. Il recensore mi lascia parola. Non posso pretendere di più. Considero presentazioni come questa particolarmente utili per avvicinare al libro lettori.
Nessuna parola inutile. Il recensore mi lascia parola. Non posso pretendere di più. Considero presentazioni come questa particolarmente utili per avvicinare al libro lettori.
martedì 7 dicembre 2010
sabato 20 novembre 2010
Una lettera al giornale
L'intervista sulla Stampa di lunedì 15 novembre 2010 ha motivato una lettera al quotidiano.
L'autore si qualifica comee "dirigente industriale in pensione". Fa sapere di aver letto "con estremo disagio" l'intervista. Parla a nome dei 500 associati biellesi a Federmanager e assicura che nessuno di loro "è un maneggione, sta lontano dalla fabbrica, vive e guarda altrove". Ma anzi, dice, ognuno "è sempre impegnato a portare avanti la sua missione che lo costringe a orari impossibili, con la mente impegnata anche quando torna a casa alla sera, per prevedere e fronteggiare le mosse della concorrenza e non per badare in prima battuta al proprio interesse".
Non ne dubitavo. Ho scritto il libro cercando proprio di portare sulla scena le ragioni di questi meritevoli dirigenti, la cui immagine è oscurata dall'atteggiamento dei manager 'alla moda', 'fatti con lo stampino', asserviti agli interessi della finanza, attenti innanzitutto alla propria carriera.
Non a caso l'autore della lettera non si riconosce nel ruolo del 'manager': preferisco essere chiamato Dirigente industriale. Una categoria che, dice giustamente l'autore della lettera, "chiede rispetto".
Avendo trovato il suo indirizzo su Internet, scrivo all'autore della lettera. Glis crivo una lettera, con busta e francobollo, come si faceva una volta, per ringraziarlo della sua indignazione, che è anche mia.
L'autore si qualifica comee "dirigente industriale in pensione". Fa sapere di aver letto "con estremo disagio" l'intervista. Parla a nome dei 500 associati biellesi a Federmanager e assicura che nessuno di loro "è un maneggione, sta lontano dalla fabbrica, vive e guarda altrove". Ma anzi, dice, ognuno "è sempre impegnato a portare avanti la sua missione che lo costringe a orari impossibili, con la mente impegnata anche quando torna a casa alla sera, per prevedere e fronteggiare le mosse della concorrenza e non per badare in prima battuta al proprio interesse".
Non ne dubitavo. Ho scritto il libro cercando proprio di portare sulla scena le ragioni di questi meritevoli dirigenti, la cui immagine è oscurata dall'atteggiamento dei manager 'alla moda', 'fatti con lo stampino', asserviti agli interessi della finanza, attenti innanzitutto alla propria carriera.
Non a caso l'autore della lettera non si riconosce nel ruolo del 'manager': preferisco essere chiamato Dirigente industriale. Una categoria che, dice giustamente l'autore della lettera, "chiede rispetto".
Avendo trovato il suo indirizzo su Internet, scrivo all'autore della lettera. Glis crivo una lettera, con busta e francobollo, come si faceva una volta, per ringraziarlo della sua indignazione, che è anche mia.
Presentazione a Torino presso il Club della Comunicazione d'Impresa dell'Unione Industriale, 24 novembre 2010
E' utile chiededersi come il ruolo del manageer è narrato tramite i mezzi di comunicazione.
Perciò tengo particolarmente a questa presentazione.
Perciò tengo particolarmente a questa presentazione.
venerdì 19 novembre 2010
Presentazione a Milano, 16 novembre 2010, Ovvero: il manager tra le meduse
Più che una presentazione, un incontro a più voci, organizzato dall'Italian Project Management Academy.
Si è preso spunto, insieme, dal mio libro, e del libro di Francesco Perillo, L'insostentibile leggerezza del management (Guerini e Associati, 2010).
Il titolo dell'incontro recitava: Project Manager, prima di tutto Manager. Ma io penso che il titolo avrebbe potuto essere rovesciato: Manager, prima di tutto Project Manager, perché credo che il manager del futuro debba prendere ad esempio il Project Manager, legato a uno scopo, obbligato a progettare il futuro. Il manager, invece, credo che troppa facilmente possa rifugiarsi nella mera gestione, priva di connessioni con uno scopo.
Curioso per me notare che sia Roberto Mori, Vice Presidente IPMA International, sia Emilio Bartezzaghi, Ordinario di Gestione aziendale al Politecnico di Milano, si sono soffermati su una metafora -'il manager tra le meduse', che in Contro il management occupa non più di due pagine.
Ma, pensadoci, anch'io la considero un luogo importante del libro. E poi -è giusto ricordarlo- le narrazioni autobiografiche sono sempre importanti. Anche quando si parla di management.
Trovate qui una versione della narrazione.
Si è preso spunto, insieme, dal mio libro, e del libro di Francesco Perillo, L'insostentibile leggerezza del management (Guerini e Associati, 2010).
Il titolo dell'incontro recitava: Project Manager, prima di tutto Manager. Ma io penso che il titolo avrebbe potuto essere rovesciato: Manager, prima di tutto Project Manager, perché credo che il manager del futuro debba prendere ad esempio il Project Manager, legato a uno scopo, obbligato a progettare il futuro. Il manager, invece, credo che troppa facilmente possa rifugiarsi nella mera gestione, priva di connessioni con uno scopo.
Curioso per me notare che sia Roberto Mori, Vice Presidente IPMA International, sia Emilio Bartezzaghi, Ordinario di Gestione aziendale al Politecnico di Milano, si sono soffermati su una metafora -'il manager tra le meduse', che in Contro il management occupa non più di due pagine.
Ma, pensadoci, anch'io la considero un luogo importante del libro. E poi -è giusto ricordarlo- le narrazioni autobiografiche sono sempre importanti. Anche quando si parla di management.
Trovate qui una versione della narrazione.
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lunedì 15 novembre 2010
Succubi della finanza i manager in declino
E' apparsa oggi una mia intervista sulla Stampa. L'intervistatore -si firma W.P., ma penso di poter dire che si tratta di Walter Passerini- presenta il libro con queste parole: "Un grido di dolore contro il management, uno straordinario senso di indignazione nei confronti di una figura professionale spesso mitizzata ma oggi in declino, tutta da ricostruire. Francesco Varanini è un indignato speciale, che dopo una vita di lavoro e di alte responsabilità dentro grandi e piccole aziende ora si toglie qualche sassolino dalle scarpe con amore e passione per il suo mestiere".
Potete leggere l'intervista qui.
Potete leggere l'intervista qui.
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