Visualizzazione post con etichetta Management vs. politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Management vs. politica. Mostra tutti i post

domenica 26 maggio 2019

Nove anni dopo

Nove anni dopo l'uscita del libro, gli argomenti che espongo in Contro il management. La vanità del controllo, gli inganni della finanza e la speranza di una costruzione comune, Guerini e Associati, 2010, mi sembrano sempre più attuali.
Per i manager, il considerarsi agente di un principale, esecutore delle aspettative di uno shareholder, è un modo spesso troppo comodo di eludere le proprie responsabilità.
 Nel corso di questi anni sono tornato varie volte sull'argomento.
 Per esempio con l'articolo “Edward Bond e l’etica dell’immaginario”, Persone & Conoscenze, 66, febbraio 2011. E nell'articolo “Le automobili Fiat sono brutte perché Marchionne guadagna troppo. Ovvero: Estetica e globalizzazione. Luoghi, non luoghi e scelte del management”, Persone & Conoscenze, 68, aprile 2011.
Sono tornato sull'argomento più di recente, con l'articolo “Apprendere ad essere manager Con la guida di Heidegger”, Sviluppo & Organizzazione, 283, agosto-settembre 2018. E ancora, con “Il ruolo del manager nell’impresa armonica. Dialogo tra me stesso e uno studioso cinico e pragmatico”; sta in AA.VV., Scritti seri e semiseri in onore di Claudio Baccarani, Giappichelli, 2018.

lunedì 14 novembre 2011

Perché dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo fidarci di un tecnico bocconiano?


Comunque la si metta, Monti è un ‘tecnico’. Vorrei non dimenticassimo che ‘tecnico’ è un altro modo per dire ‘manager’. Ricordiamo che nella nostra lingua fino agli anni sessanta si diceva ‘tecnico’ per intendere ciò che oggi chiamiamo ‘manager’. La domanda è: possiamo fidarci dei manager? Riuscirà un gruppo di manager a fare ciò che non ha saputo fare un’intera classe politica? Spero di sì, e penso che la decisione del Presidente Napolitano sia stata una buona decisione.
Ma in questo momento diventa specialmente importante riflettere sul ruolo del manager.
Ho scritto questo libro, Contro il management, per mettere in guardia di fronte alle malefatte e alla pericolosità dei manager. Ho anche detto -e ne sono ancora convinto- che, così come siamo pronti a dire subito dei difetti e dell’inaffidabilità dei politici di professione, altrettanto, ed anzi di più, dovremmo imparare a diffidare dei manager.
Eppure, diamo il benvenuto a Monti. Non solo perché la situazione di stallo non vedeva molte altre soluzioni ragionevoli. Non solo perché il nostro stare nel mondo richiedeva rappresentanti in grado di non ledere la nostra immagine, e la nostra stessa dignità. Non solo perché serviva qualcuno in grado di ‘metterci la faccia’, serviva qualcuno che potesse essere riconosciuto come interlocutore autorevole, di fronte ai leader politici stranieri, di fronte ai fin troppo nominati e rispettati ‘mercati’.
Diamo il benvenuto a Monti perché il manager può essere veramente la figura che serve, qui ed ora.
Possiamo ricordare che -come mostro in Contro il management- questa figura di tecnico, chiamato a gestire organizzazioni complesse, è venuta alla luce negli anni ‘30 del secolo scorso, come risposta alla crisi di allora. Credo che si possa dire che le risposte, allora, furono date, sotto molti aspetti, in modo più fermo e preciso di quanto sia stato fatto ai nostri giorni, di fronte a una crisi che non è meno grave.

L’ora dei tecnici
Il manager emerse allora come figura ‘laica’, indipendente da ogni portatore di interessi. Di fronte all’eccessivo prevalere di un interesse su un altro, serve un tecnico che gestisca il potere contemperando i diversi interessi. Una figura sociale in grado di trovare, e di imporre a tutti, un ragionevole punto di incontro tra i diversi interessi. Pensiamo al prevalere dell’interesse della speculazione finanziaria rispetto all’interesse dei ceti produttivi; pensiamo ai divergenti interessi di giovani alla ricerca di lavoro e di anziani attenti alla pensione; pensiamo al conflitto tra chi paga le tasse e chi non le paga; pensiamo all’opposizione tra orientamenti centralistici e la tendenza ad incrementare le autonomie locali; pensiamo all’allargarsi del divario tra ricchi e poveri; alla perdurante distanza tra Nord e Sud.
Certo, il senso del limite, della misura, del bene comune, dell’interesse collettivo, dovrebbe far parte del bagaglio di ognuno. Certo, dovremmo, e potremmo essere capaci, discutendo in pubblico -questa è in fondo la democrazia: discussione in pubblico- dovremmo essere capaci di trovare un punto di incontro, di equilibrio, un’area di convergenza. Ma intanto, prima che la casa comune sia irreparabilmente danneggiata, bisogna fare qualcosa. Ecco che si rende necessario ricorrere al manager. La storia non si ripete, ma ricordiamo che negli anni ‘30 dove fallirono i manager vinsero le dittature.
Di una simile figura, oggi abbiamo bisogno. Il lavoro del manager si riassume in questo: scontentare ogni interesse di parte in funzione dell’interesse collettivo. Precisamente ciò che non riescono a fare -ed anzi, in fondo non possono fare- i partiti politici. I partiti, per quanto allarghino la propria base sociale, nascono appunto per rappresentare alcuni interessi, e non altri.
Questo ragionamento porta a riflettere sul complessivo senso della politica e della democrazia. Ma non allarghiamoci. Badiamo a fare qualcosa che serva adesso, senza perdere tempo. Ricordiamo che per il manager, in fondo, vale il detto: ‘non importa di che colore è il gatto, basta che prenda i topi’.
Il ‘topi da prendere’ possono essere riassunti in tre parole: crescita, responsabilità, equità.

Crescita, responsabilità, equità
Però la prima parola, crescita, a guardar bene non ci serve a nulla, ed è fin pericolosa. Tramontata l’illusione che voleva la ricchezza di pochi fonte di vantaggio per tutti, risulta necessario precisare di che crescita si tratta. E’ crescita anche la crescita della diseguaglianza e dell’ingiustizia. Dovremmo quindi dire: crescita come, crescita per chi, crescita quando, crescita dove.
Perciò, di tutto ciò che va dicendo Monti, restano due parole: responsabilità ed equità.
Guardiamo dunque alla responsabilità. La parola è stata ultimamente abusata e sbeffeggiata, la si è costretta a dire il contrario di ciò che essa vuol dire. Responsabile è colui che rinuncia all’interesse di parte in funzione dell’interesse collettivo, colui che manifesta solidarietà, colui che non svende il futuro in cambio del presente, colui che non antepone il proprio personale vantaggio al bene comune.
Quindi agiscono in modo non responsabile i politici che sostengono governi privi di progettualità e asserviti alla difesa di interessi di parte. E altrettanto, agiscono in modo non responsabile quei manager che asservono le imprese al prevalere di un interesse su tutti gli altri: caso tipico, di questi tempi, i manager che si sentono al servizio dell’azionista o magari dello speculatore di borsa, ma non altrettanto al servizio dei lavoratori dell’impresa da loro diretta, dei clienti, dei fornitori, di coloro che vivranno in futuro dell’impresa, se questa non sarà schiacciata da interessi di breve periodo.
E ancora, non sono responsabili coloro -e sono molti- sostengono che l’Italia non deve pagare il proprio debito. Dicono: se dall'altra parte c’è un ladro, non c’è debito nei suoi confronti. Dicono ancora: quel debito non l’abbiamo contratto noi, quindi noi non paghiamo. Ma esportare la colpa, dipingendo l’altro come la fonte del male, è un tipico meccanismo di fuga. Dovremmo invece pensare -senza per questo dimenticare le colpe più gravi e le ingiustizie che abbiamo sotto gli occhi- dovremmo pensare che sì, ognuno di noi è stato causa di quanto è accaduto. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, abbiamo goduto di situazioni di comodo. A tutti compete contribuire a trovare una praticabile via d’uscita. I nostri creditori non sono solo avidi speculatori, ma sono anche persone come noi che hanno prestato denaro al nostro paese. Se i padri compiono errori, sta ai figli ripararli – nel proprio interesse. L’indignazione ha senso se si risolve in azione. Non si vive di sola opposizione. Non si vive senza una classe dirigente. Infatti, alla fine si ricorre ai manager.
L’altra parola, che speriamo Monti non dimentichi strada facendo, è equità. Appunto, scontentare tutti negli interesse di tutti. Cercare un punto di incontro, un’area di convergenza in nome di tutti gli interessi in gioco. Anche degli interessi di chi non ha voce.
Per questo serve, più della competenza tecnica, un atteggiamento etico. Più che razionalità, serve saggezza.

I bocconiani
Questo è il punto chiave: perché dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo fidarci di un tecnico bocconiano?
In Contro il management ho argomentato, spero in modo abbastanza convincente, contro i tecnici bocconiani. Mi esprimo in termini generali e faccio appello alla saggezza. Quindi non vale la difesa del tipo ‘io sono diverso’. Riflettano i bocconiani su uno scivolamento che ha caratterizzato la loro scuola: si sono allontanati dalla lezione di Gino Zappa, che incarnava una tradizione italiana, legata al nostro modo di fare impresa, legata all’idea di azienda come luogo di incontro e di temperamento dei diversi interessi in gioco. Hanno trascurato questa tradizione per divenire gli ambasciatori nel nostro paese del management di marca statunitense. Che nascondeva in sé l’inganno e il non detto: esistono diversi interessi in gioco, ma un interesse vale più degli altri. Il profitto prevale sulla remunerazione del lavoro. La Bocconi e la Sda si sono fatti vanto di inserire l’Italia nel quadro del capitalismo anglosassone. Il neoliberismo, ed il governo dell’impresa che si inserisce in questo quadro, sono state il vanto dell’università e della business school. Ma queste regole e questo governo hanno contribuito alla nostra rovina tanto quanto, o forse più, dell'insipienza della nostra classe politica. Per questa via, alla fin fine, l’interesse della finanza speculativa ha finito per prevalere in modo smaccato su ogni altro interesse.

Cosa possiamo aspettarci
Dobbiamo dunque sperare che Monti riesca a prescindere da questa tradizione, da questa scuola. L’orgoglio dell’essere italiani, il recupero della nostra reputazione e della nostra stessa dignità non stanno nell’essere uguali agli altri. In nostro futuro non può emergere da scuole ed università i cui insegnamenti finiscono per legittimare e favorire il prevalere dell’interesse finanziario. Essere ben piazzati in certe classifiche che mettono in fila università e business school di ogni dove, dovrebbe essere inteso più come difetto che come pregio. Quei manager fatti con lo stampino che escono dalla Bocconi e dalla Sda con il massimo dei voti e con le migliori opportunità di impiego, non sono certo i manager che possono portarci fuori dalla crisi.
Dunque: Monti non è solo il male minore. Abbiamo buoni motivi per fidarci di lui. Ne sono prova il lavoro svolto in Europa, la sua lucidità, la sua esperienza, la sua saggezza.
Da lui ci aspettiamo molto. Ci aspettiamo che mantenga la promessa contenuta nella terza delle parole sopra ricordate: l’equità. L’equità non si fonda su assiomi o su scelte di campo, non sta in nessun programma. L’equità sta nel fare per noi ciò che non abbiamo saputo fino ad ora fare: guardare al bene comune, oltre ogni privato e personale e immediato interesse. L’equità sta in un progetto perseguito giorno dopo giorno, passo dopo passo, nel pubblico confronto e nel rispetto dell’altro. Questo è il ruolo del manager, questo ci aspettiamo da Monti.
Perciò dobbiamo sperare che Monti si mantenga lontano da ogni appartenenza e dalla sua stessa scuola e dal suo stesso passato. Speriamo si dimostri saggio, indipendente, fermo e dialogante. Speriamo sia il meno possibile bocconiano.  

sabato 30 ottobre 2010

Una denuncia per evitare il peggio

"Ogni denuncia è in fondo una lotta disperata per evitare il peggio", scrive il recensore su IGN, il portale del Gruppo AdnKronos.
Sì, proprio questo intendevo scrivendo questo libro.
Forse questa è una mia cifra. Riscrivere cose che altri hanno già scritto, citare ritualmente fondi, rifarsi alle solite autorità, non serve a nulla. Può servire a qualcosa, invece, scrivere partendo da un proprio punto di vista, da ciò che si sa per personale espeerienza. Può servire scrivere con la speranza di portare alla luce la voce di chi è normalmente escluso dalla comunità dei soliti noti scriventi per professione, scriventi al servizio di chi ha da difendere posizione di potere.
Ai tanti, troppi libri sul management, credo, ha senso aggiungere solo una riflessione aggressiva. Perché la connivenza offre magari comode nicchie nel breve termine, ma è vana si dal punto di vista della costruzione di un futuro personale, sia -più n generale- da un punto di vista politico. L'accettare situazioni che sapppiamo insoddisfacenti non ci porta da nessuna parte. Più utile dire le cose, fin dove si è capaci, con chiarezza e senza peli sulla lingua.
Ridò la parola al recensore: "tra le molte caste, Varanini va a scrutarne una che ancora gode di buona stampa e buona reputazione: il manager". Il manager appare più meritevole di altre screditate fette della casta: il politico di professione è il primo esempio.
Il manager è presentato all'opinione pubblica come colui che salva grandi gruppi industriali, tutela posti di lavoro, incrementa le vendite e l'economia di un paese.
"Un ritratto di merito che Francesco Varanini scardina punto per punto nel suo libro, consegnandoci un ritratto contemporaneo di questi professionisti di aziende e di amministrazioni pubbliche molto disincantato: controllori e controllati, speculatori finanziari, gestori di traffici e conniventi con l'ultima pesante crisi economica. 'Il manager - scrive Varanini - non è chiamato ad ottenere risultati visibili dal punto di vista dell'azienda, il manager è chiamato ad ottenere risultati visibili nelle chiavi di lettura che il mercato finanziario sceglie per il proprio interesse e impone al mondo. Il manager è chiamato a soddisfare aspettative esterne, disegni nati altrove'".

martedì 7 settembre 2010

I manager del disastro

Questa recensione di Giulia Giuliani è apparsa nel numero di agosto 2010 di Mondoperaio, storica rivista di area socialista. Spero che Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva, Giovanni Bechelloni e tutti gli altri che conducono attualmente la rivista, si riconoscano ancora nella definizione 'area socialista', e non solo nel sottotitolo 'rivista fondata da Pietro Nenni. Il tempi cambiano, e anche le persone, ma mi pare ci sia in giro una tendenza a rimuovere, piuttosto che a ragionare su passato e presente.
La recensione mi pare proprio ben fatta. Apprezzo l'inizio, autobiografico. "Un'amica di ritorno dalle ferie trascorse in Sardegna proprio in questi giorni mi racconta la delusione provata nel venire a sapere che un maestoso vigneto con la sua storica e suggestiva cantina, che era andata a visitare, sono passati dalle mani degli originari proprietari isolani a un rinomato marchio a livello internazionale di bibite e di aperitivi. In luogo dell'impresa a prevalente conduzione familiare, con un forte radicamento alla terra e alle tradizioni del luogo. la gestione è oggi così affidata ad un'imponente azienda che possiede insediamenti produttivi dislocati in diverse parti del mondo".
Restare legati a ciò che ci dicono amiche e amici è un buon antidoto, forse una pratica indispensabile, se non vogliamo soccombere alle informazioni che ci propina normalmente la stampa, informazioni legate a interessi di lobby e spesso così lontane dalla realtà.
Le ragioni di una famiglia che sceglie di cedere l'impresa sono evidenti e comprensibili. Non si tratta di essere sempre e comunque contro le ragioni della finanza, contro la globalizzazione e l'internazionalizzazione. Si tratta, credo, però, di mantener viva la nostra capacità di pensare in modo 'controfattuale'. Siamo veramente sicuri che la resa a un certo modello economico dominato dalla finanza è inevitabile? C'è qualcuno che ha saputo e voluto continuare con l'impresa a conduzione familiare. E possiamo creare un contesto perché questa scelta risulti meno difficile.

venerdì 21 maggio 2010

Se il mondo della politica vi pare brutto, dovreste vedere quello del management

Le conseguenze nefaste del management non possono non apparire evidenti, eppure il management gode di buona, di ottima fama.
Mentre cerco di spiegare il perché, mi risuona in mente il titolo di una famosa conferenza di Philip Dick: “Se vi pare che questo mondo si brutto, dovreste vederne qualche altro”.
Siamo indignati da certe degenerazioni della classe politica, che si trasforma in casta, siamo senza parole di fronte alle lungaggini e ai bizantinismo della burocrazia, cosicché finiamo per cercare soluzioni in un altrove.
Il management gode di buona stampa – senza che ci si renda conto che la buona stampa è dovuta agli interessi del mercato finanziario: la stampa economica ha tutto l'interesse a illustrare la figura dei suoi più fedeli e necessari servitori. Il management appare incontestabile manifestazione della modernità americana. La sua immagine è circonfusa dall'aura del successo: successo personale del manager, profitti garantiti dalla gestione dei manager, prospera vita in Borsa dei titoli garantiti da buoni manager. L'idea di un mercato liberista che tende verso l'autoregolazione, strettamente connessa al management, si traduce nella convinzione che l'azione del manager sia controllata e mantenuta in un ambito di correttezza dallo sguardo interessato della business community. Il management è illusoriamente letto, anche, come sinonimo di equa gestione. Il management, visto da lontano, appare una tecnica intrinsecamente fondata su un'etica laica, che se non garantisce la migliore gestione, garantisce almeno la lontananza dalle modalità di gestione più bieche, più retrive.
Niente di più falso e fuorviante. Il fatto è che il management gode del vantaggio di essere sconosciuto. Un miraggio lontano.
Qualsiasi giornalista o politologo sa, o crede di sapere, come funziona la politica. Le pagine di commento dei quotidiani sono perciò colme di acuminate critiche, quando non di saggi ammonimenti, rivolti a singoli ministri e statisti e leader di partito e a esponenti del sottobosco, oppure al sistema polito tutto, alla classe alla casta. Si bacchetta il cattivo di turno, il burattino che si conosce. Spesso, per sottolineare retoricamente le malefatte della politica, si sbandiera l'opposto modello dell'impresa, eticamente tesa verso 'i conti in nero', verso il profitto, verso l'interesse privato garanzia di interesse pubblico. E anche quando l'alternativa virtuosa non è ostentata, sempre questa aleggia dietro le parole.
Il punto che sfugge, o che si vuole occultare, è che giornalisti e politologi ed anche esimi professori, ed esimi ospiti di talk show televisivi, nulla sanno di come funzionano le cose all'interno delle aziende. Nulla sanno della pochezza culturale del management; nulla sanno, o vogliono sapere, della selezione al contrario, che premia i manager peggiori; non immaginano che un'azienda, nella mani del manager, è costretta a funzionare con il freno a mano tirato. Esperti e tuttologi nulla sanno, o si preoccupano di sapere. Non sanno che il management non guarda alle persone, non sa valorizzarle per quello che sono; considera inutile ascoltarle. Non sanno che la gestione manageriale non porge vera attenzione alle risorse che ha in pancia. Non sanno che spessissimo alla pubblica immagine così ben lustrata da esperti di comunicazione, corrisponde una pessima immagine agli occhi di chi in quella azienda lavora; non sanno che questa cattiva immagine interna è il più delle volte fondata su solidi motivi: il manager non è un leader, non ha carisma, non tiene conto di ciò che sappiamo fare, trascura potenzialità pure evidenti. Non sanno, questi esperti, che le aziende, che sulla carta dei giornali e nelle relazioni allegate ai bilanci appaiono come esemplari casi di efficienza e di ragion pratica, sono in realtà il regno di un'inconcepibile inefficienza, luoghi dove regna il disordine e l'ingiustizia. Non sanno che la tipica gestione consiste vivere il presente con lo sguardo fisso su pezzi di carta scritti in passato. Sopratutto non sanno, o non vogliono dire, che oggi l'azienda, nella mani del manager, è legata all'interesse esterno ma invadente della finanza, schiacciata sotto questo peso.
Eppure, nel mentre si mostra disinteresse per come funziona veramente l'azienda privata guidata da manager, si considera la virata verso il management sempre utile e conveniente. Ci si allontana da un brutto mondo che si conosce, e per questa vai si finisce malauguratamente per buttarsi nelle mani di manager che nulla aggiungono e molto tolgono.
Qui la politica va a braccetto con la finanza. Entrambe in fondo tendono a sfruttare l'azienda, tendono ad appropriarsi della ricchezza che l'azienda produce. La politica, per lo più vanamente, tenta di mettere le briglie alla finanza. La finanza sa che deve convivere con la politica. Ma finanza e politica colludono nel considerare le aziende vacche da mungere. E concordano nel considerare il management come porta di accesso.