domenica 6 dicembre 2015

Articolo di Claudio Baccarani a proposito di 'Contro il management'



L'articolo di Claudio Baccarani scritto a commento di Contro il management, "Contro il management, per una costruzione comune alla ricerca dell’impresa armonica", è apparso sulla rivista Sinergie, 83/10.
Claudio Baccarani, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università degli Studi di Verona, commenta acutamente le tesi sostenute nel libro. Per arrivare infine a dire: "dato che leggendo le sue pagine mi sono rifatto un’idea, visto che ci sono la trascrivo evitando categoricamente di tirare in ballo la delicata parola scienza: il Management è l’arte della produzione di fiducia e della costruzione del futuro desiderato nel contesto del governo dell’impresa. Che bello sarebbe poterne discutere".
Trovate qui l'articolo. 

sabato 17 novembre 2012

Managers among jellyfishes


Se pubblicassi il saggio in inglese, proporrei all'editore questo titolo. Del perché, ho già detto qui.

The ongoing protests of Occupy Movement against social and economic inequality indicate the problem, but do not provide a way out. In the meantime Business Schools continue to churn out managers unable to face the challenges of the present time.
Managers who lead today's corporations and large organizations, Francesco Varanini writes in this essay, too often are not up to the task.
The book tells the story of how, around the beginning of the Thirties of Last Century, in response to the financial crisis, the manager appears on the scene, new social figure called to lead large organizations, private or public. Its authority is based on the ability to find a balance between the different interests involved: investors, employees, customers, suppliers, local communities.
Not by chance, management -understood as an academic discipline- reaches maturity in the Sixties with the Stakeholder Theory. Stakeholders: "Those groups without whose support the organization would cease to exist", it is said in an internal memo written in 1963 by researchers of the Stanford Research Institute.
But in 1965 Igor Ansoff, in Corporate Strategy, marks a turning point: the stakeholders are not all equal. The shareholder count more than others. This opens the road to the unbearable situation of our days. Too many managers today, writes Varanini, instead of being at the service of value creation, are at the service of value extraction. They act in the interests of the financial community, rather than the interests of the company for which they work.
Described this scenario in the first part, the book presents in the second part a description of a possible manager adapted to the times, again mindful of the interests of all stakeholders.
To lead complex organizations today, writes Varanini, we need more wisdom than reason. In describing the new management -respectful of sustainability, equity-oriented and with a long-term vison- the author puts aside the management literature. Rather than in it, he finds inspiration in the Old Testament and in the Buddhist culture, and cites authors unexpected in this context: Italo Svevo, Philip Dick.
A metaphor summarizes the books meaning. The manager is now forced to swim in a sea infested with jellyfishes. It 's pointless to protect themselves from risk, control procedures are are almost always ineffective. What we need is to be ourselves, keeping up with the pace, light slipping through the difficulties.

venerdì 23 dicembre 2011

Futuro del Manager: Atteggiamenti e Competenze di Domani: 19 gennaio 2012 a Genova

A Genova, il 19 gennaio 2012, in un incontro organizzato dall'Aidp Gruppo Liguria, su un tema che resta di grande attualità. Nel momento in cui un gruppo di manager sta alla guida del paese.
Non so se dopo, dopo questa, farò altre presentazioni di Contro il management. Già in questa occasione parlerò, insieme, di Nuove parole del manager. 113 parole per capire l'azienda. Un libro che, in forma diversa, torna su molti dei temi del libro. Qualche esempio: la responsabilità; il concetto di azienda -in fondo contrapposto al concetto di impresa-; le idee di libertà, liberismo, proprietà, privato, lette al di là dello stereotipo e del luogo comune; le varie derive della pressione finanziaria: default, bancarotta, interesse, profitto.

lunedì 14 novembre 2011

Il futuro del manager


Perché dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo fidarci di un tecnico bocconiano?


Comunque la si metta, Monti è un ‘tecnico’. Vorrei non dimenticassimo che ‘tecnico’ è un altro modo per dire ‘manager’. Ricordiamo che nella nostra lingua fino agli anni sessanta si diceva ‘tecnico’ per intendere ciò che oggi chiamiamo ‘manager’. La domanda è: possiamo fidarci dei manager? Riuscirà un gruppo di manager a fare ciò che non ha saputo fare un’intera classe politica? Spero di sì, e penso che la decisione del Presidente Napolitano sia stata una buona decisione.
Ma in questo momento diventa specialmente importante riflettere sul ruolo del manager.
Ho scritto questo libro, Contro il management, per mettere in guardia di fronte alle malefatte e alla pericolosità dei manager. Ho anche detto -e ne sono ancora convinto- che, così come siamo pronti a dire subito dei difetti e dell’inaffidabilità dei politici di professione, altrettanto, ed anzi di più, dovremmo imparare a diffidare dei manager.
Eppure, diamo il benvenuto a Monti. Non solo perché la situazione di stallo non vedeva molte altre soluzioni ragionevoli. Non solo perché il nostro stare nel mondo richiedeva rappresentanti in grado di non ledere la nostra immagine, e la nostra stessa dignità. Non solo perché serviva qualcuno in grado di ‘metterci la faccia’, serviva qualcuno che potesse essere riconosciuto come interlocutore autorevole, di fronte ai leader politici stranieri, di fronte ai fin troppo nominati e rispettati ‘mercati’.
Diamo il benvenuto a Monti perché il manager può essere veramente la figura che serve, qui ed ora.
Possiamo ricordare che -come mostro in Contro il management- questa figura di tecnico, chiamato a gestire organizzazioni complesse, è venuta alla luce negli anni ‘30 del secolo scorso, come risposta alla crisi di allora. Credo che si possa dire che le risposte, allora, furono date, sotto molti aspetti, in modo più fermo e preciso di quanto sia stato fatto ai nostri giorni, di fronte a una crisi che non è meno grave.

L’ora dei tecnici
Il manager emerse allora come figura ‘laica’, indipendente da ogni portatore di interessi. Di fronte all’eccessivo prevalere di un interesse su un altro, serve un tecnico che gestisca il potere contemperando i diversi interessi. Una figura sociale in grado di trovare, e di imporre a tutti, un ragionevole punto di incontro tra i diversi interessi. Pensiamo al prevalere dell’interesse della speculazione finanziaria rispetto all’interesse dei ceti produttivi; pensiamo ai divergenti interessi di giovani alla ricerca di lavoro e di anziani attenti alla pensione; pensiamo al conflitto tra chi paga le tasse e chi non le paga; pensiamo all’opposizione tra orientamenti centralistici e la tendenza ad incrementare le autonomie locali; pensiamo all’allargarsi del divario tra ricchi e poveri; alla perdurante distanza tra Nord e Sud.
Certo, il senso del limite, della misura, del bene comune, dell’interesse collettivo, dovrebbe far parte del bagaglio di ognuno. Certo, dovremmo, e potremmo essere capaci, discutendo in pubblico -questa è in fondo la democrazia: discussione in pubblico- dovremmo essere capaci di trovare un punto di incontro, di equilibrio, un’area di convergenza. Ma intanto, prima che la casa comune sia irreparabilmente danneggiata, bisogna fare qualcosa. Ecco che si rende necessario ricorrere al manager. La storia non si ripete, ma ricordiamo che negli anni ‘30 dove fallirono i manager vinsero le dittature.
Di una simile figura, oggi abbiamo bisogno. Il lavoro del manager si riassume in questo: scontentare ogni interesse di parte in funzione dell’interesse collettivo. Precisamente ciò che non riescono a fare -ed anzi, in fondo non possono fare- i partiti politici. I partiti, per quanto allarghino la propria base sociale, nascono appunto per rappresentare alcuni interessi, e non altri.
Questo ragionamento porta a riflettere sul complessivo senso della politica e della democrazia. Ma non allarghiamoci. Badiamo a fare qualcosa che serva adesso, senza perdere tempo. Ricordiamo che per il manager, in fondo, vale il detto: ‘non importa di che colore è il gatto, basta che prenda i topi’.
Il ‘topi da prendere’ possono essere riassunti in tre parole: crescita, responsabilità, equità.

Crescita, responsabilità, equità
Però la prima parola, crescita, a guardar bene non ci serve a nulla, ed è fin pericolosa. Tramontata l’illusione che voleva la ricchezza di pochi fonte di vantaggio per tutti, risulta necessario precisare di che crescita si tratta. E’ crescita anche la crescita della diseguaglianza e dell’ingiustizia. Dovremmo quindi dire: crescita come, crescita per chi, crescita quando, crescita dove.
Perciò, di tutto ciò che va dicendo Monti, restano due parole: responsabilità ed equità.
Guardiamo dunque alla responsabilità. La parola è stata ultimamente abusata e sbeffeggiata, la si è costretta a dire il contrario di ciò che essa vuol dire. Responsabile è colui che rinuncia all’interesse di parte in funzione dell’interesse collettivo, colui che manifesta solidarietà, colui che non svende il futuro in cambio del presente, colui che non antepone il proprio personale vantaggio al bene comune.
Quindi agiscono in modo non responsabile i politici che sostengono governi privi di progettualità e asserviti alla difesa di interessi di parte. E altrettanto, agiscono in modo non responsabile quei manager che asservono le imprese al prevalere di un interesse su tutti gli altri: caso tipico, di questi tempi, i manager che si sentono al servizio dell’azionista o magari dello speculatore di borsa, ma non altrettanto al servizio dei lavoratori dell’impresa da loro diretta, dei clienti, dei fornitori, di coloro che vivranno in futuro dell’impresa, se questa non sarà schiacciata da interessi di breve periodo.
E ancora, non sono responsabili coloro -e sono molti- sostengono che l’Italia non deve pagare il proprio debito. Dicono: se dall'altra parte c’è un ladro, non c’è debito nei suoi confronti. Dicono ancora: quel debito non l’abbiamo contratto noi, quindi noi non paghiamo. Ma esportare la colpa, dipingendo l’altro come la fonte del male, è un tipico meccanismo di fuga. Dovremmo invece pensare -senza per questo dimenticare le colpe più gravi e le ingiustizie che abbiamo sotto gli occhi- dovremmo pensare che sì, ognuno di noi è stato causa di quanto è accaduto. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, abbiamo goduto di situazioni di comodo. A tutti compete contribuire a trovare una praticabile via d’uscita. I nostri creditori non sono solo avidi speculatori, ma sono anche persone come noi che hanno prestato denaro al nostro paese. Se i padri compiono errori, sta ai figli ripararli – nel proprio interesse. L’indignazione ha senso se si risolve in azione. Non si vive di sola opposizione. Non si vive senza una classe dirigente. Infatti, alla fine si ricorre ai manager.
L’altra parola, che speriamo Monti non dimentichi strada facendo, è equità. Appunto, scontentare tutti negli interesse di tutti. Cercare un punto di incontro, un’area di convergenza in nome di tutti gli interessi in gioco. Anche degli interessi di chi non ha voce.
Per questo serve, più della competenza tecnica, un atteggiamento etico. Più che razionalità, serve saggezza.

I bocconiani
Questo è il punto chiave: perché dovremmo fidarci di un tecnico? E in special modo, perché dovremmo fidarci di un tecnico bocconiano?
In Contro il management ho argomentato, spero in modo abbastanza convincente, contro i tecnici bocconiani. Mi esprimo in termini generali e faccio appello alla saggezza. Quindi non vale la difesa del tipo ‘io sono diverso’. Riflettano i bocconiani su uno scivolamento che ha caratterizzato la loro scuola: si sono allontanati dalla lezione di Gino Zappa, che incarnava una tradizione italiana, legata al nostro modo di fare impresa, legata all’idea di azienda come luogo di incontro e di temperamento dei diversi interessi in gioco. Hanno trascurato questa tradizione per divenire gli ambasciatori nel nostro paese del management di marca statunitense. Che nascondeva in sé l’inganno e il non detto: esistono diversi interessi in gioco, ma un interesse vale più degli altri. Il profitto prevale sulla remunerazione del lavoro. La Bocconi e la Sda si sono fatti vanto di inserire l’Italia nel quadro del capitalismo anglosassone. Il neoliberismo, ed il governo dell’impresa che si inserisce in questo quadro, sono state il vanto dell’università e della business school. Ma queste regole e questo governo hanno contribuito alla nostra rovina tanto quanto, o forse più, dell'insipienza della nostra classe politica. Per questa via, alla fin fine, l’interesse della finanza speculativa ha finito per prevalere in modo smaccato su ogni altro interesse.

Cosa possiamo aspettarci
Dobbiamo dunque sperare che Monti riesca a prescindere da questa tradizione, da questa scuola. L’orgoglio dell’essere italiani, il recupero della nostra reputazione e della nostra stessa dignità non stanno nell’essere uguali agli altri. In nostro futuro non può emergere da scuole ed università i cui insegnamenti finiscono per legittimare e favorire il prevalere dell’interesse finanziario. Essere ben piazzati in certe classifiche che mettono in fila università e business school di ogni dove, dovrebbe essere inteso più come difetto che come pregio. Quei manager fatti con lo stampino che escono dalla Bocconi e dalla Sda con il massimo dei voti e con le migliori opportunità di impiego, non sono certo i manager che possono portarci fuori dalla crisi.
Dunque: Monti non è solo il male minore. Abbiamo buoni motivi per fidarci di lui. Ne sono prova il lavoro svolto in Europa, la sua lucidità, la sua esperienza, la sua saggezza.
Da lui ci aspettiamo molto. Ci aspettiamo che mantenga la promessa contenuta nella terza delle parole sopra ricordate: l’equità. L’equità non si fonda su assiomi o su scelte di campo, non sta in nessun programma. L’equità sta nel fare per noi ciò che non abbiamo saputo fino ad ora fare: guardare al bene comune, oltre ogni privato e personale e immediato interesse. L’equità sta in un progetto perseguito giorno dopo giorno, passo dopo passo, nel pubblico confronto e nel rispetto dell’altro. Questo è il ruolo del manager, questo ci aspettiamo da Monti.
Perciò dobbiamo sperare che Monti si mantenga lontano da ogni appartenenza e dalla sua stessa scuola e dal suo stesso passato. Speriamo si dimostri saggio, indipendente, fermo e dialogante. Speriamo sia il meno possibile bocconiano.  

domenica 15 maggio 2011

A Valdagno

Venerdì 6 maggio ero a Valdagno. Gli incontri organizzati dal Network Guanxinet, di Martini e Drappelli, sono sempre caldi e stimolanti.

In manager che non c'è. Un'intervista di Scuola Coop

Alcuni mesi fa sono stato intervistato dagli amici di Scuola Coop sui temi di Contro il management.
Non dico niente di nuovo, ma forse nel dialogo certe cose vengono alla luce più chiaramente.

È molto facile abituarsi a questo modello -che prevede che chi è uscito da un Master sia la persona adeguata a dirigere le imprese, che prevede che chi ha fatto scuola presso certe società di consulenza è adeguato a dirigere le imprese e anche le banche di tutto il mondo. Ma cosa si impara in queste scuole? In realtà si impara soprattutto l’appartenenza ad una lobby e si impara ad accettare come inevitabile il governo della finanza, questa sorta di ente superiore che detta i vincoli e le regole e gli spazi di azione a chiunque.

Trovate qui l'intervista.